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I PILASTRI DELL’INTEGRAZIONE

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Tre componenti:

(1) Ricerca fondamentale, (2) raffronti e costruzioni di regole  (3) raccomandazioni di politica pubblica

Una politica migratoria che voglia dirsi idonea a garantire la gestione efficace del fenomeno migratorio deve dunque necessariamente stimolare il dialogo e la cooperazione tra i Paesi di origine, di transito e di destinazione, al fine di trovare soluzioni comuni per ogni questione ad esso collegata, vale a dire migliorare i controlli alle frontiere, garantire la protezione internazionale, contrastare l’immigrazione irregolare e sfruttare al meglio gli effetti positivi indotti dalla  migrazione regolare. Lo sforzo di questo progetto ambisce a divenire un ragionato modello di integrazione, coesione e interazione sociale

Per attuare il programma di lavoro e raggiungere gli obiettivi, useremo i descritti precedenti concetti metodologici per dirigere il nostro sforzo. A tal fine, ci sono tre componenti del nostro piano- ricerca, raffronti e raccomandazioni di politica pubblica connesse alle previsioni.

Un argomento così vasto e complesso richiede un insieme di procedure messe a punto per raggruppare dati, per misurare concetti complessi e non direttamente osservabili. Si preferirà di usare un insieme coerente ed organico di indicatori, mettendo anche a punto criteri intersoggettivi per controllare l’effettiva sovrapposizione fra indicatori e concetto e la completezza della procedura.

Il primo pilastro della presente proposta è la demistificazione della migrazione africana, attraverso un’indagine attenta e  scoperte empiriche che mirano ad evidenziare l’enorme distanza tra le realtà della migrazione africana e le percezioni sia dell’opinione pubblica che dei responsabili politici. Si cercherà di dimostrare con dati razionali ed evidenti  che la migrazione africana non è in aumento e principalmente rivolta al Nord, poiché la maggior parte dei migranti africani migrano in Africa. Si seguiranno i vari flussi migratori per verificare come il fenomeno emigratorio dalle regioni più povere, in particolare, è prevalentemente orientata verso destinazioni all’interno del continente africano. Si evidenzierà poi come  l’emigrazione dall’Africa è più elevata dalla regione del Nord Africa, dove i paesi hanno livelli relativamente più elevati di sviluppo umano ed economico. Verificheremo se una  migliore infrastruttura, un reddito più elevato, una migliore istruzione e accesso alle informazioni aumentano la probabilità che le persone migrino, e se questo fenomeno continui in futuro. Particolare attenzione sarà dedicata al contrabbando e se questi sia la causa della migrazione dall’Africa all’Europa o, piuttosto sia la conseguenza di politiche migratorie più restrittive. Inoltre  non è chiaro che ulteriori controlli sull’immigrazione portino a una minore migrazione, come pensano i responsabili politici, anche se punto il confronto dovrà fornire elementi più definitivi, non escludendo la probabilità  che le politiche migratorie generino effetti indesiderati. Tutto questo sarà oggetto di particolare indagine. Le ricerche dovranno meglio comprendere i “comportamenti” migratori e le scelte dei migranti africani. Saranno  presi in considerazione i seguenti punti relativi alle politiche di migrazione restrittive attuate dai paesi europei:

 1. Scelta della destinazione. I migranti scelgano di migrare verso altri paesi di destinazione piuttosto che verso la loro ex nazione colonizzatrice quando questo paese ha attuato politiche migratorie restrittive, specialmente se non possono migrare attraverso il ricongiungimento familiare o hanno avuto difficoltà ad integrarsi in altri paesi di destinazione.

2. Percorsi. Ii migranti rimangano nei paesi di transito prima di raggiungere l’Europa quando le politiche migratorie che regolano l’accesso all’Europa diventano più restrittive, in particolare quelle che sono poco qualificate (e quindi meno probabilità di ottenere un visto) e che non possono migrare attraverso il ricongiungimento familiare.

3.  Canale. I migranti paghino contrabbandieri, usino documenti falsi per facilitare la loro migrazione e richiedano asilo  quando le politiche che controllano l’accesso dei migranti ai paesi di destinazione diventano più restrittive.

4. Intenzione di tornare nel tempo. I migranti hanno meno probabilità di tornare dopo la migrazione in Europa se sanno che le politiche di ingresso in Europa sono diventate restrittive, perché sanno che sarà difficile migrare di nuovo. Ciò vale in particolare per coloro che hanno avuto difficoltà a migrare oa non essere documentati.

5. Circolazione. I migranti hanno meno opportunità di andare avanti e indietro quando le politiche di ingresso e soggiorno sono più restrittive, specialmente quelle che non hanno documenti, hanno permessi di soggiorno a breve termine o diritti limitati per lavorare nel paese di destinazione, poiché la circolazione richiede capitale finanziario e libertà di movimento.

Il secondo pilastro è rappresentato dal metodo con cui costruire un modello affinché il risultato sia fruibile e idoneo per costruire politiche non solo condivisibili dai vari Paesi dell’U.E. ma che siano all’altezza della storia dell’Europa, del suo progetto culturale, scientifico e umanitario, in cui ogni cittadino può riconoscersi. Si farà ampio ricorso alle scienze sociali, matematiche, antropologiche, statistiche, economiche, ecc., e tutti i procedimenti saranno  ampiamente documentati, affidabili e verificabili.  Del pari sarà verificabile l’analisi rigorosa, logico-razionale che si adotterà, fornendo le dimostrazioni necessarie. I documenti che saranno fonte/oggetto della ricerca e analisi sono tutti documenti ufficiali, di organizzazioni pubbliche, ma si farà ricorso anche a fonti non governative e private: di tutti sarà verificata l’attendibilità e il rigore adottato nella ricerca. Massima trasparenza sarà adottata nei congegni di decodificazione del materiale documentario che sarà acquisito. Accanto ad esso saranno attivate ricerche presso ogni possibile fonte di conoscenza: ministeri che a vario titolo si occupano di migrazioni, capitanerie di porto, ambasciate, ong, centri studio, associazioni private, ecclesiastiche  , ecc. In definitiva qualsiasi organizzazione coinvolta nel fenomeno della migrazione che fornisca adeguata attendibilità.

Il terzo pilastro mira alla comprensione dei flussi migranti risiede nelle ragioni e nell’analisi della demografia comparata La crescita demografica africana è recente, ed è stata rapida: si stima che nel periodo 2000-2007 la popolazione sia cresciuta a un tasso medio annuo del 2,5%, oltre il doppio della media mondiale (World bank 2009b); nel periodo successivo è aumentata al 3%. Secondo le stime delle Nazioni Unite, la crescita ha avuto questo andamento:  dai quasi 675 milioni di abitanti del 2000 agli oltre 863 del 2010, sino a sfiorare 1 miliardo nel 2015 che arriverà a quasi 1,2 miliardi nel 2025. Il dato più rilevante di questa rapida crescita demografica è costituito dall’alta percentuale di giovanissimi che nell’intervallo di età da 0 a 14 anni sfiorano il 50% degli abitanti, contro una media mondiale abbondantemente al di sotto del 30%. Tutto questo  nonostante la bassa speranza di vita alla nascita (circa 50 anni nel 2006), che consegna una generosa proporzione tra il complesso dei giovani e degli anziani in età non lavorativa, da una parte, e la popolazione adulta nell’età attiva, dall’altra. Nondimeno  notevole è la diversità che distingue i vari Stati: alcuni sono piccoli sia per popolazione sia per superficie, come lo Swaziland e il Lesotho (rispettivamente, 17.364 km2e 1.123.000 ab. e 30.355 km2 e 2.130.000 ab., 2009); altri sono molto diversi tra loro per numero di abitanti ed estensione del territorio e si parla di  Stati con popolazione relativamente scarsa rispetto alla loro ampia estensione, come il Mozambico (21 milioni di ab., 801.590 km2); altri Stati poi sono sia popolosi sia estesi, come la Nigeria (148 milioni di ab., 923.768 km2) e Stati di estensione così ampia da rendere difficile il controllo del territorio, in particolare la Repubblica Democratica del Congo (2.345.410 km 2,62 milioni di abitanti). E’ ormai un ricordo la bassa densità di popolazione, costante di lungo periodo nella storia africana, accentuata poi dal tragico tributo imposto dalla tratta degli schiavi tra gli inizi del 16° e la metà del 19° sec., sia sulla rotta atlantica, sia sulle rotte orientali che approvvigionavano il mondo musulmano. Questo assetto territorio/popolazione va integrato con dati economici. Per rendere una percezione chiara, netta e immediata del reddito dell’intera Africa subsahariana, basta rifarsi ad un paragone spesso menzionato che stimava in circa 762 miliardi di dollari, valore di poco superiore a quello dei Paesi Bassi (circa 750 miliardi), che hanno una popolazione 50 volte più piccola (World bank).  Nella classificazione a scala mondiale per fasce di reddito nessuno dei Paesi dell’Africa subsahariana era compreso nel gruppo a reddito alto (World bank). Solo 6 Paesi (Botswana, Gabon, Maurizio, Mayotte, Seicelle, Sudafrica) rientravano nel gruppo a medio reddito di fascia alta, e altri 8 (Angola, Camerun, Capo Verde, Repubblica del Congo, Lesotho, Namibia, Sudan, Swaziland) nel gruppo a reddito medio di fascia bassa. Il gruppo a reddito basso includeva i rimanenti 33 dei 47 Paesi dell’Africa subsahariana. In buona sostanza, sono davvero pochi gli Stati di questa regione che hanno un reddito pro capite che consenta, in condizioni di distribuzione del reddito non troppo squilibrate, di sollevare la popolazione da condizioni di povertà grave e diffusa. Quindi il ragionamento che dovrà dipanarsi non può prescindere dalla considerazione di un’Africa subsahariana  chiamata ad affrontare la sfida della crescita con investimenti in capitale fisico e capitale umano, e consistenti aumenti di produttività per sostenere più ampi flussi di produzione, condizione indispensabile per migliorare in modo diffuso i consumi e per far fronte all’aumento della popolazione.

Africa Popolazione attuale per età e sesso per 2019-03-03*

  Maschio % Femmina
0-4 100 880 501 ⇐+3% 97 928 326
5-9 89 141 853 ⇐+3% 86 505 878
10-14 77 260 056 ⇐+2.3% 75 500 914
15-19 66 998 270 ⇐+2.6% 65 314 346
20-24 58 273 259 ⇐+2.3% 56 983 397
25-29 51 494 171 ⇐+1.2% 50 901 711
30-34 45 031 197 +0.2%⇒ 45 106 574
35-39 37 463 733 +1.2%⇒ 37 912 166
40-44 30 077 449 +1.1%⇒ 30 415 075
45-49 23 969 002 +2%⇒ 24 452 720
50-54 19 538 835 +3.5%⇒ 20 215 023
55-59 15 762 887 +6.7%⇒ 16 817 104
60-64 12 110 965 +10.9%⇒ 13 426 967
65-69 8 755 117 +15.4%⇒ 10 104 306
70-74 5 765 883 +21.7%⇒ 7 019 814
75-79 3 472 256 +27.9%⇒ 4 439 800
80-84 1 854 567 +34.3%⇒ 2 491 215
85-89 790 867 +43.4%⇒ 1 134 132
90-94 229 258 +57.8%⇒ 361 702
95-99 25 002 +80.3%⇒ 45 076
100+ 1 739 +130.2%⇒ 4 003
http://popolazione.population.city/world/af#1

[1] Nazioni Unite, Dipartimento per gli affari economici e sociali, Divisione Popolazione (2015). World Population Prospects: The 2015 Revision. I dati sono estimati e proiezioni Secondo una variante di media fertilità. Riutilizzato con il permesso delle Nazioni Unite. Scaricato: 2015-11-15

Il quarto pilastro è rappresentato dallo studio dell’economia subsahariana. L’Africa subsahariana ospita una larga parte della popolazione mondiale in condizioni di povertà estrema (con severe  difficoltà di accesso ai beni essenziali e alle condizioni di vita dell’epoca contemporanea), e poiché tra le grandi regioni del mondo ha la più alta percentuale di poveri, è un’area prioritaria per l’aiuto allo sviluppo erogato dalla vasta macchina burocratica internazionale. Gli aiuti sinora non sono mancati sotto forma di cancellazione di debiti, crediti agevolati o donazioni, proviene da istituzioni multilaterali come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, la FAO o l’agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite, nonché da singoli Stati, affiancati dalla presenza capillare di organizzazioni non governative e fondazioni. In tempi più recenti sono intervenuti investimenti diretti esteri mentre cresce la presenza di Cina, India, e Brasile, che sono una novità in quel panorama economico. Ma ciò non basta a smuovere le ragioni di una persistenze economia depressa. Un semplice raffronto spiega le miserevoli condizioni: nel  2007, il reddito dell’intera Africa subsahariana era stimato in circa 762 miliardi di dollari, valore di poco superiore  a quello dei Paesi Bassi (circa 750 miliardi), che hanno una popolazione 50 volte più piccola (World bank 2009b,). Nella classificazione a scala mondiale per fasce di reddito, nel 2007 nessuno dei Paesi dell’Africa subsahariana era compreso nel gruppo a reddito alto (World bank 2009b, ). Solo 6 Paesi (Botswana, Gabon, Maurizio, Mayotte, Seicelle, Sudafrica) erano nel gruppo a medio reddito di fascia alta, e altri 8 (Angola, Camerun, Capo Verde, Repubblica del Congo, Lesotho, Namibia, Sudan, Swaziland) nel gruppo a reddito medio di fascia bassa. Il basso reddito prodotto è nella maggioranza dei casi il primo, pesante vincolo al miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini. Nell’immaginario collettivo, l’Africa subsahariana appare spesso segnata dalla miseria, dai conflitti o dall’incidenza dell’epidemia di AIDS, con l’alta mortalità a essa dovuta. E’ altresì percepita come spazio residuo della natura intatta e della ‘tradizione’, mentre nei Paesi sviluppati si restringono gli ambienti non antropizzati e si teme l’omologazione delle culture locali. Le economie dell’Africa subsahariana generano reddito prioritariamente in tre settori: le risorse energetiche e minerarie, l’agricoltura (commerciale, di sussistenza o di piccoli agricoltori indipendenti) e i servizi (con un peso importante del settore pubblico). Secondo le stime della Banca mondiale, nel 2007 l’agricoltura generava circa il 15% del valore aggiunto prodotto nella regione, l’industria (incluse attività minerarie ed energetiche) circa il 32%, i servizi circa il 54% (World bank 2009b, ). I Paesi dell’Africa subsahariana, con limitate eccezioni, non hanno sviluppato quella specializzazione manifatturiera per l’esportazione che ha trainato la crescita dei Paesi del Sud-Est asiatico, della Cina e dell’India. Sono rimasti marginali nel processo di globalizzazione, e stentano a trovare nella nuova divisione internazionale del lavoro un ruolo diverso da quello che svolgevano nell’assetto coloniale, come produttori di materie prime agricole (cotone, caffè ecc.) o minerarie (oro, diamanti). Notizia recente assegna al Marrocco la possibilità di superare il Sudafrica come produttore di auto e, a breve, anche la produzione dell’Italia pare sarà superata.  Il panorama dell’Africa subsahariana è dominato da due economie molto grandi in rapporto al suo reddito globale, la Nigeria e il Sudafrica, che nel 2007 contribuivano insieme per il 54% al reddito della regione (rispettivamente per il 18% e il 36%; World bank 2009b, ), mentre i loro cittadini rappresentavano quasi un quarto della sua popolazione. La Nigeria, Paese molto popoloso, genera reddito sia per le sue dimensioni sia per le sue rendite petrolifere; ma il suo reddito pro capite era nel 2007 di soli 930 dollari, appena in linea con la media dell’area. I paesi senza accesso al mare sono  svantaggiati nell’accesso ai mercati internazionali anche  per ragioni economiche e politiche. Sono Paesi a bassa densità di attività economica, con un ambiente poco favorevole alle iniziative imprenditoriali, con elevati costi a causa delle infrastrutture inadeguate e fragili, e con costi addizionali, nel commercio internazionale, dovuti ai lunghi tempi burocratici necessari per effettuare i passaggi delle merci alle frontiere. Le economie africane, e non soltanto quelle più fragili, sono esposte alla perdita di valore delle loro esportazioni petrolifere e minerarie, alla contrazione degli investimenti diretti esteri per la crisi internazionale di liquidità, alla flessione del mercato turistico o della domanda di prodotti primari. Soffrono, a breve termine, anche il rischio della riduzione nei flussi d’aiuto, per le risorse finanziarie inevitabilmente più ridotte nei Paesi donatori.

Il quinto pilastro analizzerà la demografia europea e le tendenze  che si profilano in un futuro ormai prossimo. I dati attuali ci dicono che entro il 2050, con eccezione di Regno Unito, Francia, Svezia, Norvegia e Irlanda, se le porte dell’emigrazione dovessero rimanere chiuse in Europa si avrebbe un decremento demografico  valutabile dal 10 al 12%, quindi avremo un continente con 60/70 milioni in meno di abitanti. Un decremento a prima vista non traumatico in particolare se si pensa che una stasi nella demografia potrebbe avere effetti anche positivi. L’Europa è un continente densamente insediato  da umani che lasciano profonde tracce sull’ambiente, per l’energia che consumano, le risorse primarie che trasformano, i manufatti e le infrastrutture che costruiscono, l’inquina mento che producono. Esaminando il periodo di ristagno compreso tra 1980 e il 2015, il 7% di crescita demografica può scomporsi in -22% per la popolazione sotto i 30 anni, +21% per quella tra i 30 e i 60 anni, e +58% per quella con più di 60 anni. Lo sforzo è far fronte in modo efficiente ed efficace agli adempimenti statistici necessari per la produzione di informazioni sulla consistenza, la struttura e la dinamica della popolazione, compresa quella migrante. Creare circolarità e condivisione di informazioni tra i dati degli istituti di rilevazione che contribuiscono alla produzione dei dati statistici ufficiali di popolazione, presupposto imprescindibile per un corretto sistema di rapporti fra livello nazionale  e comunitario  basato sulla trasparenza delle procedure e delle metodologie statistiche. Durante l’esecuzione del progetto, varie professionalità dovranno occuparsi di:

  • interattività permanente e tecnologicamente assistita nella comunicazione tra i vari  Uffici di Statistica nazionali e Eurostat, in merito a tutte le fasi del processo di produzione delle statistiche sulla popolazione, sia riguardo agli aspetti normativi e procedurali, sia a quelli tecnici e tecnologici;
  • promozione e assistenza  dei processi di acquisizione dei dati statistici di popolazione;
  • standardizzazione  dei processi di monitoraggio, controllo e valutazione della copertura e della qualità delle rilevazioni;
  • formazione per la condivisione di strumenti di accompagnamento alle attività finalizzate alla raccolta dei dati demografici e alla valorizzazione del capitale umano.

 Il sesto pilastro esaminerà in dettaglio il welfare europeo. Eseguire confronti internazionali richiede che i dati presi in esame siano comparabili. La fonte privilegiata per la spesa sociale sarà Eurostat, rilevati in coerenza con i criteri adottati nell’ESSPROS (European System of Integrated Social Protection Statistics), che classifica la spesa per protezione sociale in base ai diversi rischi (malattia, vecchiaia, invalidità, superstiti, disoccupazione, famiglia, esclusione sociale, abitazione). Tale criterio sarà adottato per tutti gli Istituti Statistici dei paesi della U.E. e, occorrendo, anche di paesi extra area U.E. Il focus sarà costituito dal carico della solidarietà che grava sui paesi U.E. carico che se divenisse troppo gravoso a causa di una crisi economica  o del progressivo invecchiamento della popolazione, si potrebbe rendere necessario un drastico smantellamento delle prestazioni sociali sul modello dei paesi d’immigrazione storica.

Secondo i dati OCSE, nel 2012 la spesa tedesca per il welfare equivaleva al 29,6% del PIL, due punti percentuali al di sopra della media degli otto paesi oggetto della ricerca Prowelfare (27,6%). Lo stesso vale per la spesa sanitaria pubblica (8,6% in Germania, contro il 7,4% della media) e per la formazione professionale (0,4% contro 0,1%) mentre la spesa per la conciliazione famiglia-lavoro è inferiore alla media (2,1% contro 2,4%). Avremo come riferimento lo  Stato sociale tedesco che merita un attento studio non solo, ma soprattutto avrà valore di riferimento per i  rimanenti Paesi della U.E. Per semplificare nel  2015 fu auspicato che i richiedenti asilo fossero rapidamente integrati nel mercato del lavoro tedesco, per non pesare più sullo Stato sociale. Iniziò dunque una ricognizione del loro livello d’istruzione, al fine di poterne valutare al  meglio la collocabilità. Le previsioni attuali sono di gran lunga meno ottimistiche rispetto ad allora: il grosso dei rifugiati ha scarsa specializzazione o possiede qualifiche non richieste, con la conseguenza di gravare per anni sui bilanci pubblici (federale e statali).  L’innegabile e crescente frattura in seno a una società che ha visto un afflusso massiccio di persone provenienti da realtà culturali differenti potrebbe mettere in discussione la tenuta del patto sociale.

I confronti internazionali risentono anche del tipo di strumento scelto dai vari paesi per fronteggiare varie tipologie di rischio sociale (ad esempio, povertà o disoccupazione dei lavoratori anziani). Sempre per semplificare, storicamente, a causa di limiti strutturali del sistema di welfare, l’Italia ha fatto ricorso al sistema pensionistico (anche mediante pensionamenti anticipati) per far fronte ad esigenze assistenziali ed occupazionali. Diversamente, altri paesi (soprattutto nel Nord Europa), in caso di uscita anticipata dall’attività, erogano generosi sussidi di invalidità o disoccupazione, che non sono contabilizzati nella spesa previdenziale, pur svolgendo una funzione del tutto analoga alle pensioni di anzianità. Oggetto di studio saranno le varie divergenze fra Stati: ad esempio l’Italia è caratterizzata da una popolazione più anziana rispetto agli altri partner comunitari. Comunque, nella voce “Old age” di Esspros (quella su cui si basano i confronti fra paesi), oltre alle pensioni sociali e ad altri sussidi (il 4,3% della spesa totale), sono i incluse anche le erogazioni per trattamenti di fine rapporto privati e pubblici (Tfr e Tfs, una peculiarità italiana), che nel 2011 ammontavano all’11.6% della spesa totale. Come è noto, tali erogazioni costituiscono una forma di salario differito e non una misura di carattere previdenziale a tutela del rischio di vecchiaia; infatti, esse sono disponibili in qualsiasi momento si interrompa la relazione contrattuale (anche ben prima del pensionamento) e possono essere anticipate in presenza di specifiche esigenze del lavoratore (spese mediche ed acquisto della prima casa). Il welfare non è un atto di carità, ma un incentivo alla pace sociale, al fine di ridurre le conflittualità, in nome dell’uguaglianza delle opportunità. E’ il sostegno pubblico alle giovani generazioni ed è funzionale a meccanismi di mutua assistenza per evitare un continuo riprodursi del conflitto intergenerazionale. In assenza dell’attuale Stato sociale tanti giovani adulti  soffrirebbero di mancata emancipazione economica e di una più difficile emancipazione personale.

Multiculturalismo, separazione, integrazione, interazione

Il principale scopo di questo progetto è analizzare, studiare e comprendere i fattori della migrazione, ma anche esplorarne il futuro, costruire  proiezioni e scenari indispensabili per produrre e governare cambiamenti, riforme.

Questo significa delineare una politica idonea a garantire la gestione efficace del fenomeno migratorio.  Una questione complessa che deve necessariamente stimolare il dialogo e la cooperazione tra i Paesi diorigine, di transito e di destinazione, al fine di trovare soluzioni comuni per ogni questione ad essocollegata, vale a dire migliorare i controlli alle frontiere, garantire la protezione internazionale,contrastare l’immigrazione irregolare e sfruttare al meglio gli effetti positivi indotti dallamigrazione regolare. Ma tutto ciò non basta. Bisogna pensare a ragionate svolte radicali, un’adeguata pianificazione e un’efficace elaborazione delle politiche. Uno dei problemi fondamentali è la formazione di una società a culture plurime, nel senso pieno della parola. Si tratta di un problema che sta alla base di tutti gli altri problemi del nostro tempo e di quello a venire in cui la compresenza ha sinora creato separazione nei di luoghi di vita, quartieri, tipi di lavoro, scuole ecc. con attenti comportamenti per evitare pericoli di contaminazione o contagio, nei cui confronti  la comunità deve difendersi. Si è sostenuto e si sostiene ancora che la separazione è l’unico modo di evitare lo scontro tra realtà inconciliabili. Servirebbe ad evitare  quello che è chiamato lo «scontro di civiltà» in casa propria.  La storia si è già preoccupata di fornirci il modello «separati ma uguali» con i suoi evidenti limiti.  Accade che, quando una parte è socialmente, economicamente, culturalmente e politicamente più forte dell’altra, la separazione diviene discriminatrice. L’integrazione, all’opposto della separazione, mira alla società omogenea, in cui le differenze culturali si attenuino fino a scomparire. Tuttavia l’integrazione ha una dinamica che vede  una cultura che integra e una che è integrata, cioè a un’asimmetria tra l’una, più vitalee  l’altra meno. L’integrazionismo è inesorabilmente l’ideologia della cultura dominante. Se è dominante, prima o poi vorrà esercitare il suo dominio  e, inesorabilmente, manifesterà così la sua vera natura che è assimilare l’altro. Naturalmente tale dinamica presuppone la superiorità di una cultura sulle altre; è una versione mite di razzismo culturale che giustifica la pretesa di fagocitare culture recessive o, al più, di lasciarle sopravvivere come folklore, come spettacolo. Non sempre è così. Accade anche che, se la cultura diversa «non è integrabile»,  la società omogenea si sente autorizzata a praticare politiche di segregazione o di oppressione. L’integrazionismo tende a mitigare prima, ed annullare poi, gli aspetti identitari  delle diverse culture. In breve l’integrazione è parola d’ordine delle comunità organiche culturalmente omogenee. Si può essere contro le comunità quando si parla d’altri e non quando si parla di sé?  Resta l’interazione  la cui validità poggia sulla necessità e la capacità delle culture di entrare in rapporto, per definire se stesse, nonché difendersi dall’assimilazione, ma anche sulla disponibilità a costruire insieme e, eventualmente, a imparare l’una dall’altra. Qui si avverte la necessità di non confondere tali atteggiamenti  con la semplice tolleranza. Occorre che ciascuna parte riconosca le altre come controparte in una relazione orientata alla ricerca di soluzioni giuste ai problemi della convivenza, senza richiedere a priori rinunce ai propri ideali e valori. È impensabile che gli immigrati, come singoli individui, siano in grado di entrare in un rapporto di reciprocità anche solo vagamente rispettoso di un equilibrio con la società di arrivo. Per questo appaiono inappropriate l’imposizione di regole individualistiche, proprie delle società occidentali, nei confronti di  coloro che vengono da noi provenendo da modi di vivere comunitari. Occorre evitare di  scardinare legami sociali e conforti culturali, soluzioni che possono sembrare a noi una liberazione, ma per loro è certamente una violenza. E questa interazione non può prescindere dal coinvolgimento di emigranti e ricercatori migranti e rifugiati provenienti da ambienti con un background culturale del tutto diverso. L’interazione, invece, pur partendo dal riconoscimento delle diversità, anzi valorizzandole come elemento di potenziale ricchezza comune, è aperta all’evoluzione e alle reciproche influenze, in vista di un orizzonte umano comune. L’interazione  non è universalistica in partenza, ma lo potrà divenire in prospettiva. E sarebbe un universalismo non aggressivo, aperto, comprensivo, plurale, nemico delle identità brandite come armi di guerra. In buona sostanza verrebbe meno la prospettiva colonialista e imperialista, che si avvale anche di mezzi culturali, che l’Occidente porta in sé come germe da almeno un paio di secoli. L’interazione è potenzialmente ricca di tutti i contenuti della convivenza: rispetto reciproco, apertura, curiosità per le diversità, spirito di uguaglianza e accoglienza, calda fratellanza nelle difficoltà della condizione umana. Ed è la realtà che si tocca con mano nel frequentare qualcuna delle comunità o associazioni che si occupano di accoglienza. Potremmo osservare  anche la nostra vita con occhi diversi, da lati finora  oscurati dall’abitudine.

Gli impatti attesi del nostro progetto si allineano direttamente con i nostri obiettivi per affrontare il problema dell’immigrazione e di comprendere il  dramma a sud del Mediterraneo ove si concentrano miseria, conflitti armati, traffici clandestini, epidemie e carestie. Individuare le cause della resistenza di  molti paesi europei  ad accogliere i migranti africani.  Analisi dei  benefici per le comunità coinvolte e migliorare gli approcci e le risposte governative alle relazioni interpersonali fra migranti e nativi.

Impatto 1. La nostra ricerca sui flussi dei migranti creeranno nuove conoscenze per le strutture amministrative, sociologi, politologi, educatori, politici, ma anche per il pubblico. Questi risultati saranno ampiamente diffusi nelle riviste accademiche, nella stampa popolare e nelle relazioni sulle politiche.

Impatto 1.1. I nostri indicatori sociali- economici -politici usati per misurare quantitativamente e qualitativamente il fenomeno del flusso migratorio e le ragioni storiche e lo studio dei diversi metodi e procedure sinora adottati  per i richiedenti asilo, potranno   essere utilizzati da altri studiosi e  responsabili politici come un nuovo indice per standardizzare l’accoglienza dei migranti.

Stage 1.2.La nostra metodologia di ricerca sistematica permetterà di conoscere in dettaglio il  dramma di molti Paesi africani e di  mobilitare risorse per arginare il pauperismo  per cui in determinati periodi larghi strati della popolazione africana sono colpiti dalla miseria. Stimolare modesti livelli di benessere sufficienti a mitigare le motivazioni che inducono alla migrazione.

Stage 2 Risolvere l’ambiguo status del migrante, al tempo stesso vittima meritevole di tutela e soggetto passibile di reazione coercitivo-punitiva. La stessa ambiguità si riflette inevitabilmente anche sullo status dei soccorritori, esposti al rischio di un’accusa di favoreggiamento.

Stage2.1. Le nostre specifiche raccomandazioni di politica pubblica, basate su nuove ricerche e metodi, incoraggeranno la socializzazione comunitaria, culturale apprezzamento, relazioni economiche e coinvolgimento politico

                                                                          The Rape of Europe

Casella di testo: "Italian citizen within the borders, but outside the European city limits; this may appear today as a purely sentimental phrase, but tomorrow it will become a legal reality "(Piero Calamandrei, Federal State and Confederationof States, October 1947)

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