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organo di informazione del Centro Studi Mediterraneo

Diventeremo EuroAfricani?

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La critica internazionale ha dimostrato di non essere in grado di provocare i cambiamenti necessari né disporre di  misure organizzative appropriate che abbiano un positivo impatto sul controllo delle frontiere o capaci di mitigare i rischi di tensioni e violenze tra i migranti e i cittadini europei.
Simmetricamente la politica dell’Unione europea non √® mai stata quella di cercare di provocare il cambiamento attraverso misure coercitive che comportino un aumento delle discrimonazioni¬† e delle privazioni economiche delle popolazioni immigrate nel proprio territorio.¬† E‚Äô consapevolezza diffusa che tale comportamento urterebbe significativamente con il progetto culturale, scientifico, filosofico e religioso di Europa.¬† Perch√© questo progetto √® un fatto, non un‚Äôopinione, ha valore universale e da tutti riconosciuto come tale. Un continente forte di tale patrimonio deve prefigurare scenari coerenti ed essenziali per un‚Äôadeguata pianificazione e un‚Äôefficace elaborazione delle politiche frontaliere. Deve ¬†gestire con criteri razionalmente evidenti il problema, senza lasciarsi coinvolgere in atteggiamenti emotivi, spesso dettati dal pregiudizio, o logorati dalla retorica da cui invece deve sottrarsi per evitare di essere governati dal panico ed essere diretti dalla paura. E‚Äô richiesto¬† un grande sforzo per comprendere sino in fondo tali atteggiamenti¬† e applicare pervicacemente i principi fondamentali del proprio progetto culturale. Solo cos√¨ √® possibile raggiungere misure organizzative appropriate¬† per il controllo delle frontiere¬† e serenit√† interna mediante gli strumenti propri del patrimonio scientifico e culturale di cui dispone l‚ÄôUnione Europea.

La questione migratoria √® la pi√Ļ grande sfida che l‚ÄôUnione Europea¬† √® chiamata ad affrontare.¬†¬† La complessit√† del fenomeno esige un‚Äôanalisi e uno studio profondo degli avvenimenti che si sono presentati con maggiore frequenza negli ultimi anni. Questi avvenimenti hanno messo a dura prova gli ideali umanitari iscritti nelle¬† convenzioni internazionali, nelle costituzioni a cui le¬† leggi dei Paesi europei, si¬† richiamano. Vicende drammatiche¬† si sono verificate negli Stati comunitari posti ai confini con lo spazio mediterraneo e orientale, perch√© su questi Stati¬† grava l‚Äôonere di soccorrere e gestire i migranti.¬† Il regolamento europeo di Dublino,¬† la geografia¬† e i flussi che procedono dalle latitudini inferiori alle superiori¬† e da est a ovest convergono affinch√©¬† Italia, Grecia e Spagna siano impegnate a selezionare coloro che, in quanto rifugiati,¬† potranno insediarsi a casa loro ed espellere gli altri verso il paese di origine se il clandestino √® identificato (circostanza che pu√≤ rivelarsi l’equivalente della condanna a morte)o, in mancanza di identificazione,¬† destinarlo ad una¬† vita errante,¬† con il marchio permanente della clandestinit√†. L‚Äôimmigrazione √® un fenomeno che si mostra sempre pi√Ļ come normale, strutturale, costitutivo nel nostro profilo continentale per plurime ragioni e non pu√≤ essere eluso. Sia da un punto di vista demografico che culturale, ma anche da un punto di vista economico considerato che la presenza di origine straniera, di regola pi√Ļ giovane, √® un asse portante della nostra forza lavoro. L‚Äôesplosione¬† delle migrazioni forzate ha una primaria radice geopolitica:¬† la decomposizione degli Stati postcoloniali fra Medio Oriente, Africa ed Europa sud-orientale. Con l‚Äôesclusione di Etiopia, Liberia e Sudafrica, i rimanenti 51 Stati africani hanno conquistato l‚Äôindipendenza nel secondo dopoguerra; il Sud Sudan nel 2011. Un‚Äôindipendenza in alcuni casi pi√Ļ fittizia che reale. Senza trascurare che in molti Paesi √® ancora viva e pesante la memoria del colonialismo. Questa dimensione ci aiuta meglio a capire le pulsioni migratorie e i sentimenti dell‚Äôeterogeno popolo africano verso l’Europa. Il nostro continente si √® trasformato nel breve volgere di un secolo da soggetto colonizzatore in luogo agognato per¬† i suoi¬† ex colonizzati. Considerevole¬† √® lo stock migratorio dell‚ÄôEst che, dallo storico 1990 ‚Äď al termine della guerra fredda e conseguente inizio¬† del flusso migratorio incontrollato¬† – √® cresciuto della met√†, sino a raggiungere un abitante¬† ogni dieci europei.

Tale flusso non desterebbe nessun allarme nei paesi in cui la mobilità sul territorio è un valore apprezzato, non così nel Vecchio  Continente, in cui si preferisce la stanzialità  e vivi sono ancora i pregiudizi radicati nella storia, pronti ad acutizzarsi  al sorgere della prima  emergenza.  Ciò accade se lo straniero è nero, musulmano o comunque proveniente da culture che facilmente sono associate alla diversità e alla minaccia.

Occuparsi e ragionare con forza analitica un tema cos√¨ importante ed essenziale per L‚ÄôUE¬† √® compito che richiede impegno e capacit√† di analisi. Esige anche attitudine a prefigurare scenari coerenti ed essenziali per un‚Äôadeguata pianificazione e un‚Äôefficace elaborazione delle politiche. Tutto questo non pu√≤ essere confinato nell‚Äôambito di un semplice e ambizioso desiderio da ostentare.¬† E‚Äô uno sforzo che dobbiamo alla nostra storia, alla nostra cultura, al nostro patrimonio di civilt√† che, se non adeguatamente esercitato, macchierebbe in modo indelebile il progetto culturale, scientifico, filosofico e religioso di Europa. Perch√© questo progetto √® un fatto, non un‚Äôopinione, ha valore¬† universale e da tutti riconosciuto come tale. Se un continente forte di tale patrimonio rimane sconvolto dall‚Äôarrivo di alcune¬† migliaia di persone, allora qualcosa di essenziale non funziona nella ‚Äúculla della civilt√†”. Se poi una parte importante degli europei associa i migranti ai terroristi e la maggioranza assoluta ne invoca il respingimento, significa che occorre studiare pi√Ļ in profondit√† il fenomeno per evitare di essere governati dal panico, affinch√© non siamo ipnotizzati dalla paura al punto da farsene dirigere.

  • Obiettivo 1.Analisi dei flussi migratori e¬† le ragioni della tendenza a vivere in un paese diverso da quello di nascita.
  • Obiettivo 1.1. Rilevare le direttrici di flusso Sud-Nord, Est-Ovest e Sud-Sud. Comprendere il¬† dramma del Sud del mondo ove si concentrano miseria, conflitti armati, traffici clandestini, epidemie e carestie. Individuare le cause della resistenza di¬† molti paesi europei¬† ad accogliere i migranti africani. Studiare i diversi¬† metodi e procedure¬† per i richiedenti asilosinora adottati dai vari stati.
  • Obiettivo 1.2. Esame dell‚Äôeconomia dei Paesi africani in particolare degli ‚ÄúStati africani fragili‚ÄĚ. Individuare i bacini dei migranti situati in Africa¬† occidentale, Centrafrica, Corno d‚ÄôAfrica e Levante siriano da cui partono i¬† corridoi meridionali dei migranti diretti prevalentemente in Europa. Tracciare una possibile interlocuzione degli organi della U.E. e dei singoli Stati.
  • Obiettivo 2.Sviluppare una nuova metodologia di ricerca sistematica che integri e compendia un‚Äôanalisi complessiva delle dinamiche politiche, economiche e demografiche in atto e come l‚Äôeterogeneo mondo dei migranti possa essere accolto nel sistema economico e del welfare europeo.
  • Obiettivo 2.1.Creare indicatori per misurare quantitativamente e qualitativamente il livello di istruzione e di formazione dei migranti, molto spesso di basso livello e difficilmente assimilabili a quelli europei.
  • Obiettivo 2.2.Pensare a strutture adeguate per i pi√Ļ giovani migranti dell’Africa centrale, innovando i criteri di istruzione, formazione, inclusione e integrazione. Individuare e riconoscere quale tipo di contributo possono apportare alla vita sociale ed economica nell’UE;
  • Obiettivo 3.Validit√† della separazione delle culture e delimitazione dei confini dei rispettivi patrimoni culturali. Analisi dei¬† benefici per le comunit√† coinvolte. Migliorare gli approcci e le risposte governative alle relazioniinterpersonali fra migranti e nativi.
  • Obiettivo 3.1. Proposte per la¬† formazione di una societ√† omogenea con dissolvimento¬† delle differenze culturali. Verifica della validit√† della scelta. Esame delle esperienze vissute. Preparare modelli comportamentali originali che descrivano, caratterizzino e prevedano azioni di comunit√† culturali omogenee¬† in Europa.
  • Obiettivo 3.2.Stabilire reciprocit√†¬† nei rapporti culturali, abitudini,¬† forme di aggregazioni miste. Stimolare la , disponibilit√† dei migranti¬† ad entrare in modi di vivere comunitari. Coinvolgimento di migranti, ricercatori migranti e rifugiati provenienti da ambienti con un background culturale del tutto diverso da quello europeo.

I flussi migratori

Nel 1964 il settimanale tedesco Der Spiegel festeggiava in copertina Armando Rodriguez de S√°, il milionesimo Gastarbeiter, accolto nella Germania Federale con una cerimonia ufficiale a Colonia e il regalo di una motocicletta. Oggi nessun governante europeo probabilmente avrebbe voglia di celebrare un immigrato straniero. Allora non fu risolto il conflitto tra il pi√Ļ o meno libero flusso dei capitali e delle persone e la necessit√† degli Stati di identificarsi con una comunit√† di popolo. Oggi resta il dramma del migrante, che subisce e incarna nella propria persona il conflitto fra le necessit√† dei ricchi paesi europei e le loro celate pulsioni razziste. Nel breve volgere di una generazione, due flussi di paura hanno attraversato il nostro continente: lo spettro dell‚Äôinvasione slavo/albanese, nei primi anni Novanta e il timore della penetrazione arabo/islamica all‚Äôinizio del secolo. L‚Äôapertura delle frontiere interne (Schengen, 1995) ha contribuito a generare la reazione alla corrente crisi. Ossia le temute invasioni di orde migratorie che minaccerebbero la nostra civilt√† e ci obbligherebbe ad ogni tipo di difesa. E poich√© le invasioni esistono per il solo fatto che sono credute tali, si avverte l‚Äôopportunit√† di indagare origini, profili, conseguenze,¬† affinch√© la minaccia sia riportata nei confini dei fatti concreti e reali. Le proiezioni demografiche ci dicono che¬† gli attuali sette miliardi circa di persone abitano il pianeta diventeranno¬† almeno nove alla met√† del secolo. Dal grande patrimonio migratorio e dalle sue varie tendenze, si possono isolare quattro profili:

  1. Il primo ci dice¬† che le persone che¬† vivono in un paese diverso da quello di nascita cresce sensibilmente: erano 154 milioni nel 1990, mentre nel 2013 erano divenuti¬† 232 milioni. Nello stesso periodo i migranti sono cresciuti dal 2,9% al 3,2%. Due paesi da soli ricevevano nel 2013 un quarto dei migranti internazionali: Stati Uniti d’America e Federazione Russa.¬† Seguiva¬†¬† la Germania,¬† con l’Italia all’undicesimo posto.¬†¬†
  2. Il secondo riguarda i profughi, ovvero coloro che sono stati costretti a fuggire dalla terra d’origine in cerca di salvezza altrove. Nel primo decennio di questo secolo i profughi erano stimati intorno ai 40 milioni, divenuti 60 milioni del 2014, 8,3 in pi√Ļ rispetto all‚Äôanno precedente, cresciuti sensibilmente¬† nell’ultimo quinquennio soprattutto a causa dei nuovi conflitti nel Levante siriano, in Ucraina, in Nord Africa e nel Sahel. Gli apolidi sono stimati intorno ai dieci milioni.
  3. Il terzo profilo riguarda le direttrice di flusso Sud-Nord e Sud-Sud le quali rappresentano ciascuna poco pi√Ļ di un terzo delle migrazioni globali. Il principale paese di ricezione delle persone in fuga dalla Guerra e dall’oppressione √® la Turchia (1,59 milioni), seguita da Pakistan, Libano, Iran, Etiopia e Giordania. I tre massimi produttori di profughi sono Siria (3,88 milioni), Afghanistan e Somalia.¬†¬† L’Africa √®, dopo l’Oceania, il continente che produce meno emigrazione, non perch√© scarseggino i candidati alla fuga da guerre e miseria, ma per una ragione molto triste: la carenza del denaro necessario. L’invasione dei profughi √® anzitutto un dramma interno al Sud del mondo, nel quale si concentrano miseria, conflitti armati, traffici clandestini, epidemie e carestie in cui i migranti sono doppiamente vittime perch√© fuggono dagli incendi bellici e perch√© maltrattati o respinti dai paesi nei quali cercano scampo.
  4. Il quarto profilo riguarda le  migrazioni forzate per radice geopolitica: la decolonizzazione degli Stati  fra Medio Oriente, Africa ed Europa sud-orientale di cui ci siamo già occupati in precedenza.

Lo studio di questi profili aiuta¬† a intenderei meglio flussi verso l’Europa. La massima pressione migratoria si concentra sui crocevia fra Africa/Asia ed Europa, dallo Stretto di Gibilterra al Canale di Sicilia al fiume Evros, frontiera tra Turchia e Grecia, ove le autorit√† greche stanno pensando la costruzioni di muro per evitare il guado del fiume.

Se il¬† Mediterraneo divide il continente africano dall‚ÄôEuropa, l’Italia √® il primo approdo per i migranti per procedere in vista del loro obiettivo privilegiato: l’Europa centro-settentrionale. Attraversando acque e terre euro-mediterranee dal 2000 a oggi almeno un milione e duecentomila ¬ęirregolari¬Ľ hanno varcato le porte dell’Europa. Nelle traversate arrischiate su barche e gommoni di fortuna gestiti dai trafficanti di esseri umani sono morte nell’ultimo quindicennio almeno 25 mila persone, facendo del Mediterraneo la pi√Ļ grande fossa comune del pianeta. Speciale attenzione merita l’asse sud-nord che collega via Niger la Nigeria settentrionale al Fezzan libico, ove rispettivamente imperversano Boko Haram e le milizie claniche i narco-jihadisti e altri gestori del mercato delle migrazioni, dopo la caduta di Gheddafi. Siamo in pieno Sahel, baricentro continentale semiarido tra Sahara e savane meridionali, esteso da Senegal al Sudan.¬† La fascia forse pi√Ļ misera del continente, eccedente di giovent√Ļ senza orizzonti, ove la maggioranza della popolazione ha meno di 18 anni. Si √® di fronte ad un serbatoio inesauribile di potenziali o effettivi¬† migranti, molti dei quali confluiscono verso lo hub nigeriano di Agadez, capitale informale dei traffici nordafricani, porta di ingresso¬† verso¬† il Fezzan e i porti mediterranei dell’ex Libia. E‚Äô in questo contesto che si gioca molto del nostro futuro di europei. Siamo di fronte ad una vasta regione in rapida crescita demografica, di pari passo al complesso dei paesi africani, che nell‚Äôinsieme dovrebbe¬† superare il miliardo e mezzo di abitanti entro il 2030 e toccare i due miliardi attorno al 2050. E i giovani di quest‚Äôarea eserciteranno una notevole e incessante¬† pressione alle frontiere del Mediterraneo. Cosa potr√† fare l‚ÄôEuropa?¬† Ragionevolmente non potr√† opporre muri, filo spinato o chiudere i porti per fermare la pressione. Dovr√† invece attrezzarsi per¬† offrire un ambiente sociale, economico e politico almeno in misura minima alle loro crescenti aspettative. Un atteggiamento e un comportamento in linea con il proprio patrimonio di civilt√†.

Accoglienza ‚Äď formazione- istruzione

Poich√© la maggior parte dei Paesi UE racchiude in s√© la duplice condizione di terra d’immigrazione e di Stato assistenziale, la combinazione si dimostra oltremodo fragile. Se il carico della solidariet√† divenisse troppo gravoso a causa di una crisi economica o¬† progressivo invecchiamento della popolazione, si potrebbe rendere necessario una drastica riduzione delle prestazioni sociali. L’Ufficio federale tedesco per le migrazioni e i rifugiati valuta basso, o al pi√Ļ modesto, il livello d’istruzione di chi arriva in Germania. Molti rifugiati (76%)¬† non hanno una formazione professionale o titoli di studio (40%)¬† e questi ultimi, quando presenti, sono spesso difficilmente assimilabili agli analoghi tedeschi. Analogo discorso per la formazione professionale non paragonabile agli standard tedeschi (%5) . La stima iniziale che quantificava in sei anni il tempo necessario all’integrazione lavorativa dei rifugiati appare ai¬† pi√Ļ ottimistica. Questo √® il quadro che si prospetta per i prossimi decenni. Ora se questo accade in Germania dove il livello di assistenza agli immigrati √® abbastanza alto, non √® difficile immaginare quel che succede altrove.¬† Da considerare, poi, che i rifugiati giunti dal 2015 in poi entrino in concorrenza diretta con immigrati di pi√Ļ lungo corso e con i nativi non specializzati per i pochi impieghi non qualificati oggi disponibili. Dall’inizio della crisi dei migranti nel 2015 innumerevoli iniziative per l’integrazione sono state intraprese a ogni livello: federale, locale, parrocchiale, rionale e scolastico. Molte attivit√† sono state avviate su istanza delle amministrazioni pubbliche, ma non trascurabile √® la quota di iniziative nate direttamente dall’impegno della societ√† civile. Tra i progetti pi√Ļ popolari rientrano i corsi di lingua tedesca, l’aiuto nella ricerca di un’abitazione e la consulenza legale. Ma ci√≤ non basta e non pu√≤ bastare, occorre una prospettiva elaborata a livello europeo con uno sguardo attento alle situazioni locali e dei singoli stati. La crisi dei migranti ha cambiato la Germania che ha visto numerosi crimini con cui autorit√† e polizia non si misuravano da tempo.¬† Altri Paesi pur non protagonisti di¬† tali tristi avvenimenti, ne hanno condiviso i timori, in alcuni casi accrescendoli senza giustificazione alcuna. Attualmente Italia, Spagna e Grecia sono paesi di transito per i flussi migratori, ma tutti e tre possono ambire a diventare un luogo dove si¬† studia per poi tornare in patria. Ovvero una politica delle risorse umane del tutto nuova e innovativa. E‚Äô possibile formare una classe intermedia di tecnici e operativi che sia utile all‚ÄôAfrica di domani. La formazione servirebbe a integrare la cooperazione, sia istituzionale sia delle ong, gi√† presente nel continente con attenzione al sostenibilit√†. Offrendo know-how, tecnologie e modelli economici non invasivi come le PMI,¬† la cooperazione diverrebbe pi√Ļ efficace e renderebbe pi√Ļ forti le istituzioni statali nel continente.¬†

Il processo demografico

I processi demografici producono i loro effetti nel lungo periodo. Le dinamiche insite nella struttura della popolazione per classi d’et√† richiedono, di necessit√†, un cambiamento lento¬† e per certi versi inarrestabile. Tale situazione demografica ha prodotto nell‚ÄôUE modifiche nei comportamenti familiari e riproduttivi,determinando un invecchiamento della popolazione e una forte presenza di immigrati. Le persone nate nel periodo in cui le nascite erano sostenute (dalla met√† degli anni Sessanta con prosieguo nel decennio successivo) hanno oggi oltre cinquant’anni.¬† Il calo della fecondit√† ha come risultato una piramide sociale a base stretta, nonostante un’economia relativamente fiorente e un sistema di welfare tra i primi al mondo. Il costante aumento della speranza di vita alla nascita ha fatto s√¨ che nel triennio 2015-17 tale valore abbia, mediamente tra i vari Paesi europei, raggiunto i 78,4 anni per gli uomini e gli 83,2 anni per donne. Una tendenza che, come negli altri paesi industrializzati, causa un continuo invecchiamento della popolazione. All’et√† di 65 anni un uomo ha una speranza di vita residua di 17,8 anni, mentre una donna di 21 anni. In particolare non c‚Äô√® certezza che l‚Äôincremento degli anni trascorsi finora in buona salute possa avere analogo andamento nel futuro.¬† Nel triennio 2015-17 il saldo tra nascite e decessi √® stato diffusamente negativo. Sono stati i flussi migratori ad assicurare un saldo complessivo molto positivo alla demografia europea.

Le dinamiche dei lavoratori migranti

Nonostante la crisi economica iniziata nel 2008, la Ue √® stata in grado di attrarre nuovi lavoratori extra Ue, ma anche riuscita movimentare al suo interno¬† giovani lavoratori dei paesi dell’Europa del Sud afflitti da una disoccupazione elevata e persistente. Sul punto si √® osservato che¬† prima del 2010 il saldo migratorio di greci, italiani, spagnoli e portoghesi in Germania era negativo a causa dei rientri dei Gastarbeiter, negli ultimi anni si √® osservato un saldo positivo per gli immigrati di questi paesi.¬† Saldi migratori comunque minori se confrontati con quelli che coinvolgono cittadini di altri paesi membri dell’Unione Europea come romeni o polacchi. Per comprendere meglio il fenomeno occorre distinguere le diverse tipologie di persone con background migratorio, in particolare i profughi, i richiedenti asilo e i rifugiati; in difetto si rischia di non riconoscere la specificit√† e il valore di un contributo tanto eterogeneo alla vita sociale ed economica della UE, senza negare le eventuali implicazioni negative.¬† Anche qui merita attenzione e plauso l‚Äôiniziativa dell’Ufficio federale di statistica (Destatis) che dal 2005 ha introdotto il concetto di background migratorio (Migrationsbintergrund) che permesso di stimare in 19,3 milioni la popolazione con background migratorio su un totale di 81,7 milioni di persone residenti in famiglia (23,6%), escludendo dunque coloro che risiedono in istituti.

L‚ÄôAfrica √® sottopopolata e non ci sarebbe bisogno di emigrare se non fosse per le guerre, le pandemie o per l‚Äôassenza di democrazia. Grave problema ambientale √® la desertificazione che, come ragione per emigrare,¬† precede la povert√†. Ma il dato pi√Ļ interessante sono i milioni di ettari incolti che sono oggetto delle attenzioni dei paesi extra-africano da cui il land gabbring. Questo √® un dato che va studiato a fondo perch√© l‚ÄôAfrica potrebbe entrare nella globalizzazione attraverso l‚Äôagricoltura, come la Cina l‚Äôha fatto tramite l‚Äôindustria. Certamente ci vogliono know-how e risorse per la modernizzazione dell‚Äôagricoltura. Ma qui dovrebbe soccorrere la geopolitica della U.E.

Le dinamiche dei fattori sociali

Tutto lascia prevedere che i prossimi anni saranno caratterizzati da aree con bassa densit√† demografica minacciate da una decrescita della popolazione e centri urbani caratterizzati invece da una forte tendenza all’individualismo e all’internazionalizzazione con una popolazione spesso crescente. Una sfida che non pu√≤ essere affrontata adottando soluzioni puramente demografiche, come l’aumento della natalit√† o dell’immigrazione. Occorre prendere in considerazione¬† tutti i fattori sociali ed economici, perch√© il cambiamento demografico produce effetti importanti sul mercato del lavoro, su quello abitativo, sui sistemi di sicurezza e di coesione sociale. E‚Äô fenomeno in atto da tempo:¬† una popolazione che invecchia sposta la domanda di beni e servizi in altre direzioni e crea nuove sfide per il sistema pensionistico. Il sistema sanitario e di assistenza alle persone non autosufficienti mostra visibili sofferenze. La diversit√† assistenziale ad esempio, ci dice che in Italia la cura dell’anziano risulta a carico del singolo e della famiglia d’appartenenza, in Germania le famiglie possono contare su una fitta rete di case di cura. Tutto questo si traduce nel fatto di privilegiare le condizioni di vita degli individui e delle famiglie o le loro opportunit√† sociali, assistenziali ed economiche. Che non si debba, ad esempio pensare ad un ruolo permanente dell‚Äôistruzione e dell‚Äôinvestimento del capitale umano quali elementi¬† fondamentali¬† per il futuro demografico e socio-economico?¬† Un punto molto importante di partenza √® rappresentato dalla scelta del governo federale tedesco e i governi dei Lander che dal¬† 2012 hanno iniziato a sviluppare una strategia demografica (Demografiestrategie) che si propone di mettere insieme tutti gli aspetti del cambiamento demografico e le relative risposte politiche.

Il nuovo assetto demografico

Negli anni scorsi si √® molto parlato di benchmark ¬†Quale punto di riferimento al quale tendere ma anche per valutare le proprie azioni e i risultati prodotti. Far parte di un‚ÄôUnione significa anche guardare con favore le migliori performance nei settori di riferimento. Sempre rimanendo in Germania, Destatis prevede che la popolazione tedesca conter√† 82,9 milioni di abitanti nel 2030 e 76,5 milioni nel 2060, con una fecondit√† quasi costante a 1,5 figli per donna e una speranza di vita alla nascita di 84,7 anni per gli uomini e 88,8 anni per le donne. Il saldo migratorio scender√† a 200 mila persone entro il 2021 e che da allora in avanti rimarr√† costante. Grazie all’immigrazione il decremento demografico (weniger) verr√† probabilmente rimandato a dopo il 2030. Al contrario, l’aumento dell’eterogeneit√† (bunter) dovuto all’immigrazione e l’invecchiamento (alter= vecchiaia) sono inevitabili. La struttura per et√† cambier√† sicuramente gi√† nei prossimi anni: entro il 2060 la popolazione sotto i 20 anni scender√† dall’attuale 18% al 17%, quella con pi√Ļ di 65 anni salir√† dal 21% al 31%, mentre la popolazione ultraottuagenaria passer√† dal 6% al 12%. Inoltre, la popolazione attiva – solitamente individuata tra i 20 e i 64 anni – scender√† al 52%.

Il cambiamento demografico probabilmente modificher√† il territorio: le citt√†, le aree urbane, le metropoli e i piccoli centri sedi di universit√† e forti di un’economia fiorente attrarranno sempre pi√Ļ persone, mentre le aree rurali e periferiche continueranno a perdere popolazione e di conseguenza la base della loro esistenza. Verosimilmente saranno i mutamenti sociali ed economici ad avere il peso maggiore nel determinare il futuro del paese; il cambiamento demografico in s√© rappresenta e rappresenter√† solo una sfida.

Un argomento cos√¨ vasto e complesso richiede un insieme di procedure messe a punto per raggruppare dati e per misurare concetti complessi e non direttamente osservabili. Si far√† ricorso ad un insieme coerente ed organico di indicatori per controllare l‚Äôeffettiva sovrapposizione fra indicatori,¬† concetti coerenti con ogni fase della procedura. Tutti gli sforzi saranno diretti a garantire la gestione efficace del fenomeno migratorio che deve necessariamente stimolare il dialogo e la cooperazione tra i Paesi coinvolti, quindi paesi di origine, di transito e di destinazione, al fine di trovare soluzioni comuni per ogni questione ad esso collegata, vale a dire migliorare i controlli alle frontiere, garantire la protezione internazionale,contrastare l’immigrazione irregolare e sfruttare al meglio gli effetti positivi indotti dalla migrazione regolare.

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